Writings

Lo spazio intermedio

Se andiamo all’origine del termine “fotografia” non possiamo che orientarci verso la sua genesi semantica: scrivere con la luce.  Effettivamente non esiste significato migliore per questo linguaggio figurativo che trasforma, attraverso fenomeni chimico-fisici, immagini reali in immagini stampate.

Esiste, però, un superamento di questo primo passaggio, quasi una trasposizione in nuce che fa virare la direzione della ricerca sull’immagine fotografica verso un fenomeno che più che figurativo, appare semiotico. Mi riferisco alle forme proprie del linguaggio fotografico. E con il termine forme faccio riferimento a quell’insieme di elementi che concorrono a creare l’immagine fotografata, sia che si tratti di aspetti puramente tecnici (inquadratura, profondità di campo, messa a fuoco, …), sia che si esaminino quelli propriamente espressivi (scelta degli elementi dell’immagine, punto di vista, rapporto tra chiari e scuri).

Ecco allora come il superamento del semplice fatto che attraverso fenomeni chimico-fisici io sia in grado di impressionare una pellicola (o un sensore se si tratta di una fotocamera digitale) entra in scena nel momento in cui chi fotografa assume al suo lavoro un senso diverso dalla semplice rappresentezione tecnicamente perfezionata, per approdare a significati intrinseci all’immagine stessa.

Paola Gatti si pone nei confronti del mezzo che he deciso di adottare con la curiosità propria di chi si avvicina alla realtà per ricercare in essa una maniera rappresentativa e, al contempo, con la conoscenza piena delle possibilità offerte dal mezzo stesso. Ne risultano ricerche fotografiche appassionanti che mettono in scena richiami ai maestri italiani e stranieri del linguaggio fotografico e decisive variazioni linguistiche che è bene osservare per definirne i contorni e l’ambito di elezione. Faccio riferimento, ad esempio, alla serie Dal finestrino in cui Paola Gatti pone tra l’occhio osservatore e la realtà fotografata un mezzo intermedio: il finestrino del treno. Lo sviluppo dell’immagine, legato sia alla scelta dell’inquadratura in movimento che alla casualità data dai difetti fisici del vetro usurato dei treni, si esplicita in opere in cui il pensiero si realizza in maniera temporalmente immobile, legando l’immagine ad un tempo che, di fatto, è un non tempo fatto di sfocature, geometriche illusioni cromatiche, illusorie trasposizioni del reale.

Nella serie delle fotografie dedicate all’architettura e all’abbandono ci sono interessanti aspetti di richiamo ai maestri, accanto ad un approfondimento e rielaborazione personale del tema: in questo caso l’intelligibilità dell’opera, impreziosita talora da un contrastato bianco e nero, è piena. Lo spazio è organizzato attraverso inquadrature ben calibrate e geometrie perfezionate, in cui i rimandi di luci e ombre sono inanellati come elementi di un affresco sinfonico di richiami tra le componenti delle immagini. Il risultato si compone tessera dopo tessera in un’esplorazione del presente che fa chiaro riferimento al passato, quasi come se, nello sguardo nostalgico rivolto a luoghi oggi abbandonati, risieda il significato con cui leggere la dimensione del presente.

Ma Paola Gatti sa cercare e poi trovare equilibri fotografici interessanti anche negli “oggetti” e nei “rapporti” che fanno parte della nostra quotidianità: i sacchi della spazzatura appesi o abbandonati in strada, i contrasti tra antico e moderno, l’ordinaria e perfetta disposizione dei cassonetti della spazzatura, il kitsch di certi luoghi e il silenzio metafisico di altri. Questo solo per fare qualche esempio. In esse l’uso del colore e, soprattutto, della geometria (una cui ricerca decisa sembra non mancare mai nella composizione fotografica dell’autrice) completano il quadro.

Nell’esperimento di beach photography Paola Gatti gioca con il mezzo fotografico, sperimentando un taglio da “sotto in su”; è in circostanze come questa che l’obiettivo diviene ad un tempo appendice dell’occhio ed elemento selezionatore. Grazie all’inquadratura, infatti, Paola Gatti lavora sull’isolamento di un soggetto o di un suo particolare, riuscendo, così, a costruirne un senso narrativo o, più semplicemente, documentario. Ne emergono le storie delle persone, i volti nascosti dai gesti, il vissuto delicato tagliato dai raggi di un sole tiepido.

Tutti elementi che concorrono a fare delle fotografie di Paola Gatti una sorta di raccolta del suo stesso linguaggio fotografico, con le sue proprie caratteristiche formali, ed in cui si possono ritrovare significati differenti ad ogni osservazione. I medesimi che sembrano sorgere a metà tra l’obiettivo della macchina fotografica e i soggetti rappresentati, in uno spazio intermedio che non è aria, ma è concettualmente un luogo di sviluppo che appare come espressione della realizzazione artistica.

Michele Govoni

Luglio 2016

 

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Linee e cerchi. Vuoti e pieni.  L’orizzontale che si completa nel verticale.

Ricerca instabile di equilibrio, respiro di puro sguardo.

Ricerca di instabile equilibrio.

Uno sguardo che diventa un puro, semplice respiro.

 

Paola Gatti crea nelle sue fotografie una continua ricerca. In ogni ambiente, in ogni scatto la ricerca è presente, tattile. Non solo nella profondità che si dà al soggetto, qualsiasi esso sia, ma anche nella ricerca continua di equilibrio nelle forme, nella geometrica creazione della natura e della vita quotidiana. Una ricerca di pieni e di vuoti che si compensino, una simmetria ritrovata o una asimmetria giustificata, comunque, dal colore, dalla forma, dall’essenza costruita. Vi è una estetica preponderante nelle sue opere. Il desiderio di bellezza. La bellezza che si cerca in una camminata leggera, in un passo di danza, in un gioco.

Nel cielo, molto spesso nel cielo. Nel vuoto oltre il pieno.

Siamo un popolo di umanisti, noi italiani. La nostra cultura deriva da quella grande rivoluzione che è stato il Quattrocento fiorentino. Quel Quattrocento che è molto presente in questi scatti.

Ricordiamolo un po’.

La prima generazione di artisti, Alberti, Donatello, Masaccio e Brunelleschi, attraverso trattati, poesia, filosofia, disegno, costruzione e umanità, corpi e mani a distruggere e creare uno spazio, hanno cercato in ogni modo di ricreare una città, e non solo una città direi, una realtà ideale. Come quel dipinto molto famoso di cui ancora il nome dell’autore non si sa dal titolo La città ideale (1480-90), che ricrea una costruzione quasi chimerica di  città.  E soprattutto, di sguardo. Perché nella realtà non vediamo con due occhi in maniera così precisa, netta, costruita. Quella città ideale, dicevo, si ritrova poi in molte creazioni dell’epoca. Pensiamo all’illusione prospettica nella Trinità (1427-28) del Masaccio a Santa Maria Novella (tanto da far pensare ai vari storici e critici che vi sia stata la collaborazione di Filippo Brunelleschi), a Lo Sposalizio della Vergine (1504) di Raffaello (alla Pinacoteca di Brera di Milano), dove in lontananza si rivede quel tempio idealmente e perfettamente costruito nello spazio, già precedentemente nel dipinto del Perugino.  O alle opere di Piero della Francesca, in particolare nella mistica e sacra Conversazione della Pala di Brera (1472-74), dove lo spazio accoglie anime pure, geometriche, perfette e impassibili al mistero della Creazione.  O prospettive un po’ complesse e irriverenti, come nelle sperimentazioni di Paolo Uccello. E in tante, tante altre rappresentazioni. Per non parlare della magnificenza dell’architettura. O del nuovo ideale umanistico che si rispecchia nella filosofia. Nell’idea che religione e filosofia debbano completarsi, che l’uomo non possa vivere senza Dio, ma anche che Dio sia nell’uomo stesso. Nella fisicità e nel mistero del figlio dell’uomo, in ogni uomo.

Ma soprattutto in quella estrema, geometrica, ideale Prospettiva.  La prospettiva costruita così perfettamente e amorevolmente in quegli anni, cosa ci insegna? Per prima cosa bisogna ricordarci che il desiderio di creare una prospettiva è insito nell’animo umano sin dai geroglifici rupestri, in cui si sfruttavano i vuoti e pieni delle rocce per creare l’idea di spazio, fino ai Tagli di Fontana, in cui lo spazio è stato fisicamente creato. La prospettiva umanistica, però, ci fa comprendere il desiderio che aveva l’artista dell’epoca di creare immagini a misura d’uomo. Immagini in cui lo spettatore si sentisse accolto, rilassato, non perduto. Immagini in cui la verità dell’essenza umana si rispecchiasse in uno spazio finito, chiuso, concreto e definito.

Questo, si vede nelle fotografie di Paola.

Lo spirito umanistico, il suo spirito umanistico. Il desiderio di dare una forma alla realtà, di darle un taglio, uno sguardo fisso, una forma che inizi e finisca. Lì, in quel quadro, in quella cornice. Le fotografie di Paola Gatti ci insegnano a sentirci umani. A creare un quadro con le nostre mani e occhi, a dargli una definizione precisa e contemporaneamente artistica. Perché l’arte si può fondare anche su una ricerca instabile di equilibrio, in cui però, al nostro occhio, l’equilibrio arriva di già.

Una ricerca da osservare dietro una tapparella rotta, in orizzontale, e dietro la tapparella, miracolo, non ci sono altro che linee verticali. E si osserva in una scala in cui si riflettono le linee orizzontali di una griglia,  e nelle onde del mare e nel profumo da immaginare di un prato. In incastri di legno, in infiniti cerchi dentro a un tronco d’albero, in un palazzo che si staglia come lama su un cielo di nuvole.

Oppure tutto il senso è lì, su quelle gambe di bambola tese che sembrano pattinare, in uno sfondo rosso, a trovare una stabilità umana.

Tese a un equilibrio che non è più una chimera, ma un desiderio oramai raggiungibile.

 

Federica Maria Marrella

 

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Diverse dimensioni in una produzione dal sapore poliedrico e complesso: la fotografia di Paola Gatti, tra realismo e iperrealismo, significanti di un percorso narrativo

Siamo, e lo si apprende, in pieno sviluppo di una ricerca che porta a esplorare nuovi panorami descrittivi, compositivi, sia dal punto di vista della tecnica seguita, un uso eterogeneo dell’obiettivo, dei tempi di esposizione, della saturazione, dei contrasti tra i soggetti immortalati, della luminosità e della esposizione alla luce, sia dal punto di vista del contenuto, il soggetto, e, infine, estetici: Paola Gatti si inserisce nella sua giovane produzione all’interno di questo spazio temporale, fervente momento in cui l’ispirazione trova sempre, inventando nel senso letterale del termine, nuove dimensioni da approfondire e da proporre. Rileggendo e scorrendo il portofolio di Paola notiamo diversi stili e diverse idee intrecciarsi, creando suggestive visioni dall’intensità varia, adottando modalità di ripresa e di scatto diverse, a volte, come in Rear Windows, con una saturazione inferiore e una luminosità meno intensa, tale da donarci quell’effetto di opacità, qui anche l’uso dinamico dei contrasti, le linee di contorno delle figure sono confuse e si confondono; a volte, come in Playing, rassegna di primi piani di giocattoli, icone diventate patrimonio della nostra infanzia, personaggi di fantasia che si presentano in un’intensità unica di colori e di vibrazioni cromatiche, tinte che diventano quasi visioni pittoriche, con contorni definiti dei profili, sfumature sullo sfondo, dando centralità alla figura o a parti della medesima. Si può dire che Paola non sia un’artista ancora categorizzabile, non abbia un appartenenza definita a livello culturale artistico, e forse questo la rende interessante per un certo dinamismo ideale e soggettivo che va a interpretare attraverso il suo scatto. Utilizzo il termine interpretare perché la sua fotografia non è pura ripresa del reale, pura documentazione, reportage fine a se stesso, anche di denuncia, artisticamente poco rilevante, ma, bensì, arte visiva dalla poliedrica natura e caratteristica, passando per la dimensione pittorica, procedendo verso la visione macrofotografica attraverso l’attenzione rivolta al soggetto o a parti di esso, fino a giungere all’apprezzamento dei dettagli architettonici, giocando con forme e strutture, aprendo panorami che vivono del reale per, poi, come in un’accezione iperrealista, procedere oltre il reale stesso. Possiamo, così, immergerci nel frutto di un utilizzo differenziato della macchina fotografica e dell’obiettivo, chiara la poca rilevanza data alla fase della post produzione, molto gioco sui contrasti luminosi e chiaroscurali, passando da opere con diverse gamme di sfumature cromatiche a quelle con una minore presenza di colori, semplici e dirette nel loro impatto visivo. I contrasti, la saturazione, la luminosità variano in base ai soggetti che Paola vuole andare a definire a all’idea, qui l’aspetto non meramente realista ma con una dose di concettualismo, che vuole comunicare o che, l’autrice non invade seppure sia presente il campo visivo e l’ottica dello spettatore, vuole rappresentare, significare attraverso il significante estetico che diventa, tramite la fotografia, significato.  In questo panorama compositivo vediamo una serie di opere fotografiche che adottano l’inquadratura sfuocata dello sfondo per dare un maggiore dettaglio di rilevanza descrittiva al soggetto in primo piano, spesso elementi della natura; altre volte forme geometriche architettoniche, tali da donarci dimensioni quasi oniriche, fantastiche, possiamo dire appartenenti ad ambientazioni non localizzabili, non deducibili, non riconoscibili, attribuendo alla stessa opera una dimensione infinita, atemporale e aspaziale. In questo si trova il fascino di certo paesaggismo che riprende scene di vita quotidiana, ombre e luci dell’interiorità umana, dell’emozione del soggetto ripreso. Una narrazione di narrazioni è la produzione fotografica di Paola, un insieme di soggetti e di paesaggi, reali, completi nella loro dimensione, quasi quadri di un certo Romanticismo lombardo, che si avvicendano “on the road”, comuni, ma che portano con se, e l’obiettivo riesce a scandagliare tutto questo, la dimensione poetica e lirica dell’oggetto comune, elevandola a oggetto dalla forte vibrazione estetica.

 

Alessandro Rizzo

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